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Il “Piccolo Buddha”: quando un figlio genitoriale occupa il trono

  • Immagine del redattore: Arturo Russo
    Arturo Russo
  • 14 lug
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 25 lug

Caso clinico.

Introduzione
Giovanni ha undici anni. È curato, veste con attenzione, e quando entra in seduta familiare per la prima volta, si siede in una posizione defilata, lontano dal padre. Ma lo guarda frontalmente, a specchio. Braccia larghe sui braccioli della poltrona, sguardo deciso, a testa alta. Un re. Un re sul suo trono. I suoi genitori, quasi come una profezia, lo chiamavano da neonato “il Piccolo Buddha”.
Giovanni non sembra impaurito, ma piuttosto consapevole della posta in gioco. Usa parole da adulto, parla di libertà e diritti. Atteggiamento tipico di un figlio genitoriale. Non vuole avere nulla a che fare con il padre. La sua posizione è chiara: questo è un luogo dove qualcuno cerca di costringerlo a un incontro che non desidera. E lui si oppone.

figlio genitoriale
Un re sul suo trono

Una famiglia in conflitto
Il padre, Renzo, resta in silenzio per i primi trenta minuti della seduta. Poi alza il dito, come a chiedere lo scettro, e inizia a parlare. Anche lui ha una postura fiera, rigida, speculare a quella del figlio. L’atmosfera tra i due è carica di una strana forma di potere, persino sarcastica.
Renzo descrive la propria motivazione come un’epopea: «Si lotta, e si deve andare avanti fino all'ultima stilla di sangue». I terapeuti cercano di riportare il linguaggio a un registro più cooperativo, ma la retorica epica resiste. Il sistema familiare è stato inviato in terapia dal tribunale, a seguito di una separazione altamente conflittuale. L’intervento esterno del giudice diventa, nel percorso, un primo elemento ristrutturante.

L’incastro di coppia: tra illusione e collusione
Maria e Renzo si sono incontrati in un contesto religioso. Lei era colpita dalla sua sicurezza, dalla maturità, dalla stabilità economica. Lui apprezzava la sua semplicità, dolcezza e serietà.
Ma dietro l’apparente complementarietà si nascondeva un patto collusivo: Maria cercava protezione da una famiglia d’origine invischiante, Renzo cercava conferme della sua forza e autonomia, negate dal padre. Si sono scelti per confermarsi a vicenda in ruoli rigidi, basati più su bisogno che su libertà.
Come descrive Losso nel “dramma collusivo della coppia”, ognuno dei due partner chiede all’altro di interpretare un personaggio: «Io interpreto il mio ruolo se tu interpreti il tuo. E se esco dal mio, tu devi riportarmici».

Confini sfumati, differenziazioni incompiute
Entrambi i partner provengono da famiglie dove i confini tra le generazioni sono poco chiari. Renzo è cresciuto con i nonni paterni nella stessa casa dei genitori, e ha vissuto una relazione conflittuale col padre. Maria è figlia unica, cresciuta con una madre ansiosa e fragile, alla quale ha cercato per anni di risparmiare ogni preoccupazione, sviluppando un falso sé iper-adattivo.
Nel ciclo vitale familiare, il matrimonio e la nascita del figlio sono momenti di verifica dei nodi non risolti. Renzo non riesce a differenziarsi dalla madre. Maria, nel tentativo di creare una famiglia autonoma, resta invischiata nella sua rete originaria.

La nascita del figlio e l’inizio della crisi
La nascita di Giovanni arriva in fretta. Maria sente l’urgenza di “restituire tempo” a un uomo che ha già quarant’anni e una storia di malattia alle spalle. Il figlio diventa il simbolo di una missione da compiere, il dono atteso, il completamento di un disegno.
Ma dopo il parto, Maria si ritrova sola. Renzo si defila, si sente escluso dal rapporto madre-figlio e dalle dinamiche domestiche. Maria, esasperata dalla solitudine e dalle difficoltà legate ai problemi di salute del bambino, si chiude ancora di più in un legame simbiotico con Giovanni.
Renzo, incapace di porre limiti, mette distanza. La separazione, inevitabile, arriva dopo pochi anni. Ma non porta pace. Inizia un conflitto perenne che prosegue anche durante la terapia.
Il figlio genitoriale: tra alleanza e sacrificio
Giovanni cresce in un clima di tensione continua tra i genitori. E decide, più o meno consapevolmente, da che parte stare. Si schiera con la madre. Diventa il suo alleato, il suo sostegno, il suo complice. La relazione madre-figlio diventa centrale, quasi esclusiva. Il padre è rifiutato, svalutato, marginalizzato.
Il bambino assume ruoli da adulto: è lui che pone limiti al padre, che giudica, che controlla. Non ha “l’amico del cuore”, dice di stare bene con la mamma, che è sempre a casa, che lo aiuta nei compiti. La sua infanzia è, in parte, sacrificata a un bisogno sistemico più grande di lui.

Conclusioni
Il caso di Giovanni mostra cosa accade quando i ruoli familiari si invertano e il bambino diventa il garante dell’equilibrio del sistema. Quando i genitori non riescono a separarsi nel rispetto reciproco, e il conflitto diventa eterno, è il figlio a pagarne il prezzo.
Ma la terapia può intervenire per ridare ordine, per restituire al figlio il suo posto, per aiutare ciascuno a riconoscere le proprie responsabilità e i propri bisogni.
Perché nessun bambino dovrebbe portare sulle spalle il peso delle fratture degli adulti.
📩 Se queste dinamiche ti risuonano, o se ti riconosci in alcune di queste storie, puoi contattarmi per una consulenza.💬 Oppure scrivimi se desideri lasciare un commento, una riflessione o condividere la tua esperienza.

 
 
 

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